La Soglia
La ragazza mi precede, cammina svelta.
“Vieni, ti faccio vedere dove abito.”
Ci inoltriamo in un sentiero appena battuto,
nascosto da fitti cespugli.
Non l’avevo mai visto, e dire che ci ero passato
accanto decine di volte.
Una vecchia cascina, ancora in buono stato, cancello
e vialetto in pietra.
Apre il pesante battente in ferro: “Entra!”
Indugio, rimanendo al di qua della soglia.
“Dai, entra, non avrai paura, no?”
“Io dovrei tornare a casa, è tardi.”
“A casa non c’è nessuno che ti aspetta: su, non
farti pregare, entra.”
“No, davvero, ti ringrazio, devo tornare.”
“Forse non ti piaccio?”
E si toglie il giaccone sbottonandosi la camicia in
flanella.
Mi guarda e per la prima volta sorride.
Non è un sorriso, è un ghigno orrendo, una voragine
colma di urla strazianti.
La porta dell’inferno, se mai esistesse.
Ed è in quel momento che il mio peso si azzera: mi
sollevo, anche se di poco, da terra.
E vedo la ragazza, il cancello, la casa non per ciò
che
sembrano ma per ciò che sono.
Lei se ne accorge e comincia a vomitarmi addosso.
“Povero vecchio reietto, essere inutile e superfluo,
amante sterile e impotente
a cosa servi, a chi servi, per chi vivi, perché vivi
non hai diritto di esistere.”
Lo so.
Ma non entro.