Il Maestro

 

 

Ritorno dalle due querce, cerco il gregge.

Ad attendermi, seduto sotto il fico, c’è lui, il maestro.

Lo riconosco.

Altri erano i tempi, altre erano le dimensioni.

Ora, a ricoprire il prato, c'è il tatami.

Mi fa un cenno: sono io che devo scegliere l’arma.

Scelgo le mani, hanno sempre dato forma alle mie visioni, lo faranno ancora.

Saliamo sul tatami che in realtà è uno specchio e riflette perfettamente le nostre immagini.

Lui vestito di bianco, cieco.

Io vestito di nero, cieco.

Sì, lo sono diventato per non aver voluto oltrepassare la soglia.

Inchino.

Combattimento.

I piedi sfiorano lo specchio, disegnandovi la parte del labirinto da noi già percorso.

Lo yantra viene così tracciato.

Le mani colpiscono senza colpire, si muovono veloci, sempre più veloci.

Il loro frenetico vorticare raggiunge il culmine.

Lo supera.

In un eterno istante d’immobilità, il bianco e il nero si vedono, senza guardarsi.

Un lampo accecante, silenzioso, assoluto.

Poi, l’esplosione.

Lo specchio si rompe in infiniti frammenti e una pioggia sottile scende sul prato.

Lì sono tornate le pecore con i loro agnellini.

I tre pastori sono seduti insieme ai cani sotto il cachi, il fico e l’olivo.

Quello seduto sotto il cachi tira fuori da una sacca pane e formaggio.

Ne taglia con un vecchio coltello a serramanico alcune fette e le porge agli altri due.

Il pastore sotto il fico indossa un candido giubbotto, forse in vello di pecora.

Quello sotto l’olivo è una ragazza: giaccone, sciarpa colorata, scarponi da montagna.

Tra la lana delle pecore e degli agnellini, un turbinio di luccichii.

I tre pastori guardano il gregge e sorridono.

Adesso sanno.

Forse hanno sempre saputo.