Il segnalibro
Lessi ancora un po’ ma vista l’ora, misi il segnalibro in legno colorato tra le
pagine lette e quelle ancora da leggere, chiusi il libro, spensi la luce e mi
addormentai.
Iniziò così il sogno: non so dire se durò sei ore o sei giorni o forse sei anni.
In un raduno di clownterapisti il mio sguardo cercava un naso rosso di cui avevo
memoria: non lo trovai, forse non era ancora tempo, eppure il mio discorso di
investitura a segretario era rivolto proprio a lei.
Probabilmente l’incontro doveva essere preceduto da un graduale percorso di
avvicinamento e fu così che avvenne, prima con gli scritti poi con la voce e
solo dopo con gli occhi.
La magia si manifestò subito in tutta la sua dirompente potenza: furono tre
passi indietro e una schiena contro il muro che innescarono l’esplosione.
Ogni più piccola traccia di virtualità fu spazzata via dalla fusione di due
polarità che in un tempo senza tempo e in uno spazio senza spazio annichilirono
la dualità su cui tutto l’esistente fino ad allora si era fondato.
Iniziò così la costruzione, nell’altrove, della casa che avrebbe ospitato il Noi,
quando la trottola, esaurita l’inerzia della propria rotazione, si sarebbe
fermata adagiandosi sul terreno del gioco.
I materiali necessari furono cercati e trovati seguendo memorie che conducevano
a terminali archetipali rimasti nascosti e inerti in attesa delle nostre
attivazioni per le quali vennero utilizzate sequenze algoritmiche, rituali
magici, processi alchemici di cui avevamo ricordo senza però averne conoscenza e
che comparivano nelle nostre mani offrendosi a noi nel preciso istante in cui
venivano evocati dal nostro desiderio e dalla nostra volontà.
Non fu facile edificare il bozzolo dorato all’interno del quale si sarebbe
svolta la metamorfosi e la trasformazione del noi in Noi: sapevamo che doveva
essere realizzato qui, nel mondo delle forme, per essere poi trasferito in un
luogo-nonluogo adatto ad ospitarlo, e che ciò sarebbe avvenuto in un giorno ben
preciso mediante la cerimonia del matrimonio alchemico.
Tutto fu fatto come doveva essere fatto: sull’opera compiuta venne apposto il sigillo, un infinito spezzato, in modo che nessuno, se non noi, potesse accedervi.
Ora il filo d’oro con cui il bozzolo era stato creato doveva essere reciso.
Noi pensavamo che stringendo quel filo, qui si sarebbe materializzata la nostra
baita con il pavimento in pietra, la panca in legno su cui sederci, il nostro sguardo rivolto verso quelle montagne che tanto amavamo e le
nostre mani unite a ricomporre quell’infinito che avevamo così tanto voluto e
finalmente realizzato.
Non fu così: il filo fu reciso di netto lasciando dietro di sé un lutto che
ciascuno di noi avrebbe poi dovuto elaborare privatamente.
La lacerazione e il dolore che ne seguì mi svegliò.
Il libro era accanto a me con dentro il segnalibro ma mentre le pagine che lo
precedevano erano contraddistinte da frasi e parole, le pagine che lo seguivano
erano invece composte da segni confusi, indefiniti, illeggibili come se la mia
vista si fosse d’improvviso annebbiata.
Qual è la realtà reale, il sogno o la veglia?
Ma soprattutto cos’è oggi e cosa ha rappresentato ieri quel segnalibro?
Non ho risposte, ora sono sveglio ma solo io so quanto vorrei non esserlo.